La grande danza del Ravello Festival Eventi

di Massimiliano Craus

A Ravello ormai si va anche per la danza.
Ecco il responso della critica e del pubblico di questa sessantacinquesima edizione del Ravello Festival, la cui sezione danza è appannaggio della direzione artistica di Laura Valente per il secondo anno consecutivo. E se nella prima edizione si era lavorato sul tema dell'amicizia ripristinata tra USA e Cuba, quest'anno il baricentro artistico ed emozionale è stato spostato in Medioriente, con un ideale passaggio del testimone tra l'israeliana Batsheva Dance Company di Ohad Naharin e l'ensemble palestinese Sareyyet Ramallah con il "Palestinian karma" dello scorso 22 luglio, con il tema ancor più trasversale dell'abbattimento dei muri.
Tema attualissimo, dunque, eppure già scritto e riscritto ma mai risolto. E così questo Ravello Festival si è insinuato con il linguaggio coreografico nei meandri della storia ed il cerchio si è chiuso con "Les Italiens de l'Opéra di Paris" di Alessio Carbone, supportato dal mecenate francese Bertrand du Vignaud de Villefort, che ha valicato le Alpi per ricondurre nel Belpaese gli undici interpreti italiani in forza a Palais Garnier.

Un'operazione tutta artistica, con la serata dello scorso 29 luglio dedicata al grande repertorio classico del Teatro dell'Opéra di Parigi con i nomi salienti di Petit, Bejart, Balanchine, Garnier, Carlson, Bournonville, Araiz e Forsythe. Come lo stesso Alessio Carbone ci ha spiegato, "Les Italiens" vorrà attraversare l'Italia in lungo e largo, toccando almeno le undici tappe delle regioni di provenienza degli interpreti di un progetto italiano residente a Parigi. Sono felice di aver realizzato questa compagnia – ammette il primo ballerino dell'Opéra – così come sono soddisfatto di aver potuto portare a Ravello titoli davvero significativi quali "La Sylphide" e "The Middle Somewhat Eleveted", passando per l'Adagietto" di Mahler che peraltro rappresenta il titolo giusto nel posto giusto. Una musica nata per la natura con una coreografia pensata per l'acqua, magari proprio l'acqua di questo bellissimo della Costiera. Senza dimenticare "Arepo", creato apposta per me da Maurice Bejart che me l'ha lasciato generosamente in eredità. E poi "Signes" della Carlson con la nostra musa ispiratrice Marie-Agnes Gillot, ospite graditissima de "Les Italiens". Un repertorio evidentemente nelle corde degli undici ballerini italiani che ha preso spunto dai titoli carissimi al Teatro dell'Opéra di Parigi. Tuttavia Alessio Carbone ha interpretato così tanti ruoli contemporanei che non poteva rinunciare all'innovazione e così, per la seconda parte della serata, ha proposto un inedito repertorio contemporaneo firmato dal ballerino del gruppo Simone Valastro e dall'ospite Matteo Levaggi che, in poche parole, ha voluto dire la sua sull'esperienza nelle sale di Palais Garnier e sul belvedere di Villa Rufolo a Ravello: mi sentito essenzialmente me stesso in queste occasioni delle prove e dello spettacolo, e mi piace da morire trasmettere le mie sensazioni ad Alessio Carbone ed ai suoi ballerini, peraltro davvero straordinari. E per l'occasione ho pensato alla musica di David Bowie ed ai costumi di Lacroix che Karole Armitage ci ha gentilmente prestato. Una miscellanea di nomi che davvero ha fatto tremare i muri di tutto il mondo, a cominciare da Ravello. A questo proposito si riconosce la danza carnale di Matteo Levaggi nella prima assoluta di "Black dust" nella ripresa musicale di Lamberto Curtoni dell'ultimo album di David Bowie "Black star", altro pioniere della lotta alle barriere ed ai muri del mondo. Proprio come fatto da Simone Valastro in "Bread and Roses the future", prendendo il titolo da uno dei più bei film del regista inglese Ken Loach per rappresentare una riflessione in danza sul tema dell'immigrazione. Temi su temi che hanno arricchito ulteriormente il già fittissimo programma di un Ravello Festival sempre più centrato sulla valorizzazione della danza autoriale, con il maggiore coinvolgimento dei giovani e del pubblico trasversale tipico della Costiera.
     


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