Il mio umore è pessimo e la Marghe sta lavorando senza sosta, perciò è persa in google maps.
Quando ci parliamo, avviene a singhiozzo fra Whatsapp o Messenger, con scritte inverosimili che non correggiamo neppure più o vocali affranti: lunghi monologhi come sproloqui di una chiaramente oltre l’orlo della crisi di nervi; oppure di pochi suoni di senso compiuto, in compenso con un sottofondo musicale che va dalle urla disperate di un gatto (magari schiacciato da un cane grosso come una borsetta ma di 7 chili) alla televisione su di un Manga estremamente cruento e cacofonico di certo…. per non parlare di eventuali umani che si lamentano del tuo pessimo tempismo per stare al cellulare. Eh che sei SEMPRE al cellulare!!! Ecco quando ci parliamo l’effetto è esattamente questo. Uno stordimento vago nel quale cerchi di recuperare il senso della telefonata. Perché dovevamo sentirci oggi? E per quando dovevamo fare quella determinata cosa?
Ora questo articolo dovrebbe parlare di LINEE. Sarà da un mese che ci lavoriamo e con convinzione; peccato che io abbia rimosso che cosa mi ha detto lei e che mi trovi in uno stato di blocco dello scrittore. So perfettamente che cosa c’è da dire; ho le immagini che come slide ordinate mi scorrono sulle pupille, ma parole…. PAROLE?
Eh! -dice lei- E’ un bel pasticcio parlare delle linee. Come fai a spiegare a parole una figura geometrica piana che in verità ‘NOI’ definiamo in 3D, in uno spazio che si autoalimenta di movimento e che questo è fatto di combinazioni stratificate di passi, che sono riconducibili a forme geometriche sempre più semplici, ecco riflesse nello specchio verso cui voltiamo lo sguardo.
Eh! -Io lo penso solo- e mi sto chiedendo se forse non basta questa spiegazione spontanea della Marghe. Perché torturarci di più?
In realtà il, chiamiamolo problema, tanto l’enfasi la percepite da soli (e mi scuserete, poi passerà), consiste nel dichiarare due dogmi:
– la danza lavora secondo una TECNICA ben precisa.
Ogni spostamento di un dito ha un nome, per esempio. Ogni posizione del corpo ne ha milioni, la POSTURA STESSA è fatta di assi di simmetria che attraversano il nostro corpo come linee verso l’infinito cui noi diamo impulso perché muoviamo ossa e muscoli. Praticamente una tortura. Eppure pensateci un momento anche voi, voi dico che di danza non ne volete sapere proprio. Il vostro piede ha una sua linea a terra, o per aria. GUARDATELO! Poi guardate quello della Marghe e vedrete che il suo è molto più bello. (ph: Riccardo Mari)

piede-marghe

Il collo del piede sviluppato nella corretta curvatura, le dita tirate, la muscolatura in tensione e la rotazione della punta che sfiora il pavimento e nasconde alla vista il tallone. Poi facciamo che fare una pluralità di quel piede singolo e immaginiamolo, alla caviglia, intorno al tallone, dietro la gamba davanti, con la punta nell’incavo del ginocchio della gamba che regge (il peso della Marghe, che è esiguo). Poi alto verso le luci del palcoscenico, quasi a sfiorare l’orecchio. Fino a lì ce lo ha portato la gamba. E allora, per carità, quale linea avrà questa gamba? Non solo, attenzione quali linee nello spazio avrà tracciato per arrivare fino a lì? E non ho voluto usare nomenclatura tecnica. Ma c’è, sia chiaro.
In compenso volutamente ho inserito una parola chiave, “bello”, che mi apre al secondo dogma:
-la danza ricerca dei CANONI ESTETICI.
Intendiamo affermare che le LINEE che studiamo attraverso gli esercizi, oltre a provocarci i crampi, assumono una ‘FORMA’ che almeno fra ballerini consideriamo BELLA. Ho ristretto il campo, ma siete tutti invitati, solo perché non posso fare un trattato filosofico sull’estetica e il suo significato proprio fra etica logica e metafisica. Abbiamo dei parametri. Ce li hanno inculcati fin da piccoli, tipo lavaggio del cervello, e hanno fatto molto di più: con l’evoluzione culturale delle arti visive ed espressive, li hanno pure sparametrati. Così una bella linea di un tempo, a un certo punto è stata brutalmente e consapevolmente spezzata, distorta, scomposta e chiamata moderna e poi contemporanea, per tornare al classico con una certa disinvoltura e anche sulle PUNTE.
Sintetizzando la LINEA PURA è l’ABC della DANZA. Sia retta, curva, spezzata, a 90°, davanti di lato o dietro. Sia classica stile ottocento, sia frutto di un contorsionismo di corpi che sembrano l’insetto stecco. E voi, adesso tocca a voi spettatori, la dovete cercare.
Non la vedete? Impossibile!
Il fatto che pare a me e alla Marghe è che molti non guardino proprio.
Niente omogeneizzati di danza, per favore. Noi siamo anche quelle contrarie ai prodotti disidratati…. Forse tutto è cominciato così. Da quel concetto strano della danza che dà emozioni in scatola, proprio del tipo: stappo e “OOOOH!, Che belloooo”.
Mah anche no, per favore! Questa è la Marghe…. dietro a quelle arditezze estetiche, quelle prodezze anatomiche, c’è qualche grossa lacuna tecnica. Certo poi ci sono anche persone dotatissime, ma sicuramente anche loro sono arrivate dopo anni di studi ad avere quelle linee lì.
Dietro una figura, fosse solo un tendu o un passé o un coupè…. c’è un lavoro attivo del corpo e della mente. E c’è un INTENTO COMPOSITIVO ED ESPRESSIVO. Ciò CHE VEDO è UN RISULTATO che ha comportato studio, prove, tutto un percorso mentale per guidare ogni singola parte del corpo alla definizione di una linea precisa che nel suo esistere definisce degli equilibri, o dei disequilibri, o una staticità comunicativa. La presenza e/o l’assenza della musica sottolinea l’estetica di un’arte che si muove secondo una tecnica imprescindibile sempre.

L’estetica va a braccetto con la tecnica!

Il trucco è trovare la vostra forma perfetta attraverso un percorso tecnico; il raggiungimento di una certa abilità legata a una maniacale cura del passo, a come ci si arriva e, a come se ne esce.
Potremmo definire un certo percorso estetico come una forma superiore di consapevolezza del corpo.

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Ebbene sì, quei riflessi nello specchio sono la ricerca consapevole di una linea apprezzabile, un’istantanea di un braccio, di una mano, di un collo che nella pura essenzialità del danzare ricerca un’estetica universale. E la dona perché si rifletta e si propaghi nello spazio e nella sequenzialità che definisce il tempo.
– EH, Stef!
– Lo so, Marghe.

Margherita Mana e Stefania Sanlorenzo

 

Ringraziamo per la foto dal Web

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