Akeeba Backup for WordPress requires PHP 7.2.0 or later but your server only has PHP 7.1.11. 24 Preludi di Zappalà: 8 danzatori che danzano senza pause tra ironia e bestialità | IoDanzo - Portale indipendente sul mondo della danza


di Federico Armeni

Produzione per 8 danzatori

coreografia e regia Roberto Zappalà
musica 24 preludi per pianoforte di Frederic Chopin
danzatori Eli Cohen, Maud de la Purification, Sonia Mingo, Fernando Roldan Ferrer, Ariane Roustan, Blanca Tolsà Rovira, Valeria Zampardi 

stagières Michela Cotterchio, Camilla Montesi

Anno 2017 Durata 60′

 

Spesso nella danza ci si impegna a spiegare storie antecedenti lo spettacolo o peggio a spiegare lo spettacolo in sé. Eppure da spettatore non ho mai cercato altro che la danza in sé, e mi è sempre bastata. Potrebbero essere i “24 preludi” di Chopin per molti, ma per chi vuole disfarsi di qualsiasi nozione sono semplicemente 60 minuti di musica che arriva nella pelle, che con i suoi andamenti ondosi stende un tappeto ideale a chi ci crea una danza sopra.

E la danza di Roberto Zappalà non richiede altresì background particolari: va vissuta e basta. Il coreografo siciliano ha infatti dentro di sé tutte le tecniche della danza, e sembra saperle sciorinare con dovizia ogni volta. Potrei dire che oggi, dopo aver visto tantissimi suoi spettacoli, Zappalà è uno da grandi palcoscenici, in grado di riempire uno spazio enorme con segmenti di danza individuali e di gruppo davvero accattivanti. Niente è riempitivo, e lui sembra davvero saper riempire la scena come se non ci fosse stato sforzo prima. Credo che Zappalà abbia bisogno di un grande numero di danzatori per esprimersi al massimo, e questi stessi devono essere delle autentiche macchine da guerra.

Ecco perché “24 Preludi” sembra essere uno dei momenti più alti della sua carriera: ha un buon numero di danzatori, non li vincola a una scena pomposa, e le luci sono sempre puntate sui danzatori. Roberto Zappalà inizia lo spettacolo con un gioco di regia meraviglioso. E guai ad incarnare quello spettatore che appena vede qualcosa di già visto lo reputa vecchio o andato. Questo modo di pensare sarebbe inapplicabile a qualsiasi altra arte (ripetizione di armonie, di colori, di sequenze filmate, e così via), ma non si sa perché nella danza si tende a cercare quel “nuovo” a prescindere. Zappalà in questo senso rende tutto completamente nuovo, perché tutte le sequenze dei suoi danzatori sono così curate e ricche di energia da non poter essere paragonate ad altre già viste. Senza rimarcare poi che la danza gira così poco nei mass media, che anche rinfrescarsi la memoria con dei movimenti di qualità dei danzatori non fa poi tanto male…

I tre danzatori iniziali vengono presto coadiuvati da altri cinque, che entrano impetuosi sulla scena, e sudando il sudabile snocciolano le tipiche movenze del coreografo siciliano, tra bestialità e romanticismo, tra gioco di coppia e estrema solitudine, tra ironia e sensualità. Il ritmo dello spettacolo è sempre alto, a determinare a maggior ragione la forza della musica che solo sulla carta è estremamente classica, ma che Zappalà rende emotivamente come una musica originale perfettamente calzata sulla sua creazione.

I dieci minuti di applausi sono tutto sommato prassi per uno spettacolo di tale bellezza, e a casa sua, “Scenario Pubblico”. Come paventava ieri sul quotidiano di riferimento della Sicilia, cioè “La Sicilia”, ci vorrebbero dei consulenti di danza in ogni teatro italiano, in modo tale che si investa sulle nuove creazioni e sui coreografi che riescono a dare nuova linfa vitale a un’arte che a dispetto delle altre deve ancora trovare la sua vera esplosione mediatica, e che rimane ad oggi l’unica arte di nicchia. Mentre la qualità della danza espressa da tanti coreografi italiani meriterebbe un tour adeguato e una distribuzione nei teatri che vada ben oltre le quattro o cinque repliche.

Augurando quindi un futuro migliore di questa arte completa e inarrivabile, non resta che inseguire per tutta Italia gente di rara bravura costretta a un lavoro immenso per vedere il proprio lavoro poi poco valorizzato. Noi ci siamo, sarebbe bello che ci fossero anche le istituzioni e quindi il grande pubblico.

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