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La Bella Addormentata nel Bosco: un risveglio minuziosamente calibrato ci pone di fronte a un capolavoro


La Bella Addormentata nel Bosco è uno dei balletti del repertorio classico più difficile da eseguire e forse anche da comprendere e apprezzare in tutte le sue complesse sfumature e svariate combinazioni.

Fino al 23 Ottobre 2015 è in cartellone al Teatro Alla Scala di Milano, nel felice connubio con l’ABT (American Ballet Theatre).

La portata di questo tipo di allestimento, la scelta del balletto stesso e il lavoro attento e su molteplici piani, che ha consentito di “risvegliarla” dal torpore della tradizione, pur lasciandovela fortemente inserita, è davvero il punto di forza della lettura interpretativa e della scoperta estetica di questa realizzazione, che ha debuttato negli Stati Uniti d’America (California e poi New York) per approdare in Italia a Milano.

Siamo di fronte a un capolavoro.

Per il balletto classico si tratta di una delle coreografie più ricche e ardue sia per la bravura tecnica sia per quella interpretativa richieste.

Lo stile (1890) è il cardine essenziale dell’intera coreografia (si tratta di un Balletto concepito per una durata temporale lunghissima).

Per “stile” intendo proprio il modo di esprimersi gestualmente, in un preciso contesto scenico imprescindibile dall’essenza del balletto stesso.

La Bella Addormentata ha un suo ‘LINGUAGGIO SPECIFICO’ che va gestito dai danzatori, dai primi ballerini fino alle comparse; e anche dal pubblico. La ‘MIMICA’ di questo balletto, che sarebbe ancora più lungo della versione proposta adesso, è sullo stesso piano della richiesta tecnica.

Allora ci sono gli assi nella manica: Svetlana Zakharova, étoile russa di indiscussa eccellenza, accanto lo scaligero Jacopo Tissi, rispettivamente per Aurora e il Principe Desiré; il legame nella produzione con l’ABT, in particolare per quanto concerne costumi e scenografie di Richard Hudson, ripresi dai modelli di Léon Bakst (1921 per i Balletti russi di Diaghilev).

Il nostro fantastico Massimo Murru nella parte di Carabosse, Nicoletta Manni come Fata dei Lillà e Claudio Coviello nel ruolo dell’Uccello Blu (ricordo che la ballerina N. Manni riveste in alcune repliche anche il ruolo di Aurora). Tanto è stato tirato in ballo, per ottenere quasi la perfezione. Tutto questo ha richiesto un vero e proprio studio del balletto originario.

Si tratta quindi di valorizzare il lavoro dal grande coreografo Alexei Ratmansky, che nella contemporaneità ha risvegliato il passato.

Petipa e Čajkovskij vengono non solo riletti e reinterpretati, ma profondamente e diligentemente studiati, attraverso anche gli appunti di Sergeev, assistente di Petipa, con lo scopo effettivo di ritornare proprio ad allora, magari attraverso l’angolatura del direttore del corpo di ballo, Makhar Vaziev, di San Pietroburgo.

Dunque Ratmansky recupera innanzi tutto il gusto scenico dell’originale in un forte approccio storico, pur con il sentire e la sensibilità di oggi; e non lascia un solo passo o un solo gesto al caso.

E’ qui il passaggio che per un cultore del balletto classico rasenta quella perfezione di cui parlavo: i passi rispecchiano la tecnica del passato. Dosati, precisi, puliti, con la musica: più lenti e aggraziati.

Non si ricerca l’estremo virtuosismo cui ci hanno abituato i danzatori di oggi. Tutto è misurato e perciò più fluido, delicato, ma impeccabile.

Ogni variazione in questo balletto è minuziosamente studiata. Conta per la completezza della rappresentazione nel suo insieme. La scena è davvero piena, sontuosamente, e in questa interezza i passi sono disegnati come linee nella precisione di compasso e squadrette. Il busto è flessibile, la braccia e le mani sono arrotondate.

I 90°, l’angolo retto pulito, delle gambe sono il limite. Le sequenze dei piccoli salti, complesse nell’ensemble, sostituiscono manège vorticosi e grandi salti.

I giri in chaîné sono eseguiti in mezza punta!!!

La potenza lascia spazio alla grazia e alla meticolosità dell’esecuzione.

Spero di avervi trasmesso l’idea della difficoltà che tutti possono aver incontrato nell’intraprendere una ricostruzione di tale portata.

E la sua magnificenza, in un tripudio barocco di 116 anni (questa è la durata del tempo scenico della favola), durante il quale potete farvi trasportare dalla musica, magistralmente diretta da Vladimir Fodoseyev.

https://youtu.be/PrutLqiXI2w

Stefania Sanlorenzo

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